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  Conferenza: Discepoli sempre. Necessita e principi per un ...


Mons. Jorge Carlos Patrón Wong
Arcivescovo – Vescovo em. di Papantla
Segretario per i Seminari della Congregazione per il Clero

Discepoli sempre.
Necessità e principi
per una formazione sacerdotale integrale

Conferenza
in occasione dell'inaugurazione della Scuola dei Formatori di Seminari Maggiori Diocesani e Religiosi
2015-2017

Cracovia, 14 settembre 2015

   

Sono veramente lieto di essere presente oggi fra voi, per l’inaugurazione di questa sessione della Scuola per gli Educatori dei Seminaristi diocesani e religiosi, e vi ringrazio vivamente per tale invito. Vorrei manifestarvi il desiderio della Congregazione per il Clero di accompagnarvi nel vostro ministero di formatori dei i nuovi sacerdoti per la Chiesa, sostenendovi in questo fondamentale e delicato servizio. Vi porto anche i saluti del Cardinale Beniamino Stella, Prefetto della Congregazione, e degli altri Superiori e Collaboratori del Dicastero, che lavorano quotidianamente per la crescita della comunicazione tra noi, in modo da favorire un arricchimento reciproco e un prezioso scambio di esperienze, come occasione di dialogo tra la Santa Sede e le Chiese particolari.

Il tema di questa Conferenza è la formazione integrale verso il sacerdozio, attraverso la preparazione di formatori idonei. Sul tema, vorrei offrirvi alcune riflessioni, mostrando alcuni principi fondamentali e, magari, suscitando qualche interrogativo.

Innanzitutto, per poter parlare con serietà della formazione, mi sembra necessario iniziare il discorso dalle persone dei formatori. L’azione formativa, infatti, non è da intendersi come una meccanica trasmissione di contenuti e idee in contenitori vuoti da riempire, che sarebbero coloro che sono in formazione; al contrario, si tratta di un atto relazionale e di uno scambio di esperienza cristiana e apostolica tra formatori e formati. Pertanto, occorre che i formatori dei futuri sacerdoti abbiano loro per primi una visione integrale e completa del sacerdozio e della propria vocazione, e solo in questo modo potranno trasmetterla e condividerla con le generazioni future.

A partire da questa premessa, desidero ora condividere con voi alcune riflessioni, che intendo suddividere in due parti; nella prima, mi soffermerò sulla “formazione dei formatori”, nella seconda vorrei presentarvi qualche considerazione sul tema della “metodologia”, per poter comunicare ad altri la propria esperienza sacerdotale.

I. FORMAZIONE DEI FORMATORI

Vorrei partire da un dato fondamentale, sempre meritevole di essere ribadito: la vocazione alla vita presbiterale è anzitutto un dono di Dio che precede la nostra opera formativa. Dunque, all’origine della formazione non ci sono né le nostre volontà, né i nostri mezzi e né gli strumenti, pur validissimi, che organizzano la metodologia e il progetto formativi. Quando nel Vangelo di Matteo troviamo l’affermazione di Gesù «La messe è molta, ma gli operai sono pochi! Pregate dunque il padrone della messe che mandi operai nella sua messe!» (Mt 9, 38), siamo chiamati a entrare in questa visuale: non siamo noi i protagonisti della formazione perché il campo è di Dio. La messe è Sua. Noi siamo collaboratori attivi e operosi della Sua vigna, cooperatori della Sua opera, coltivatori pazienti e generosi di un seme che è è stato piantato prima del nostro arrivo, In sostanza, prendiamo parte al lavoro di un Altro e collaboriamo con Lui per formare coloro che diventeranno pastori.

Probabilmente sembrerà una considerazione semplice, forse banale, che sicuramente abbiamo tutti già sentito molte volte; tuttavia, non guasta ribadire che il fondamento di una sana formazione è la persona del formatore in quanto partecipe dell’opera della Grazia Divina. In altre parole, ricorrendo alla Lettera ai Romani, possiamo domandarci: «Ora, come potranno invocarlo senza aver prima creduto in lui? E come potranno credere, senza averne sentito parlare?» (Rm 10, 14). Parafrasando queste domande, e tenuto conto del contesto dei nostri compiti, veniamo a chiederci: «Come possiamo formare coloro che sono affidati a noi, se noi stessi, ancora prima, non siamo stati formati?». Questo è il punto centrale per l’autocoscienza e l’efficacia educativa di un formatore: la propria formazione iniziale e permanente come parti di un unico “cammino discepolare”, «che avvicina a Cristo e permette di conformarsi sempre più a Lui», come ha ricordato Papa Francesco nel suo discorso alla Plenaria della Congregazione per il Clero (3 ottobre 2014).

Nel lavoro che svolgiamo in Congregazione cerchiamo di individuare soprattutto le urgenze che si riferiscono al tema della formazione dei formatori. Vorrei sottolineare cinque questioni che, seppure le situazioni si presentano varie a seconda dei luoghi, possono essere considerate importanti in senso generale. In esse, spero troverete un’eco di alcune vostre domande e necessità, e di ciò che sta a cuore alla Chiesa in Polonia.

I.a. Necessità di preparare i nuovi formatori

Questo primo punto è di estrema importanza. Il compito di formare i futuri preti è da considerarsi una missione delicata e alta, che esige formatori con un profilo adatto, preparate, equilibrate, di profonda spiritualità, di buona capacità relazionale e pedagogica. La necessità di formare i formatori è avvertita, in modo urgente, anche da molti Vescovi.

E’ necessario non abbassare la guardia su questo tema, anche quando avessimo un buon numero di preti e di seminaristi. Bisogna sempre considerare che il dono è anche un appello alla responsabilità, e deve indurci, perciò, a chiederci: cosa posso fare per coltivare questo dono? Per non farlo morire? Per fare in modo che porti più frutto? E, più direttamente, chiedo a voi: esiste tra voi, nei vostri centri di formazione o, in generale, nella Chiesa polacca, una specifica riflessione su come far fruttare e, al tempo stesso, custodire tale dono? E al numero di seminaristi e di preti corrisponde anche la qualità della vita sacerdotale? Quali sono gli aspetti più belli della figura del prete in Polonia e quali quelli più problematici che, forse, avrebbero bisogno di essere affrontati più da vicino? Sono solo interrogativi che suscito e offro a voi, in quanto siete responsabili della formazione, anche ribadire un messaggio fondamentale: occorre lavorare sempre e tutti per creare contesti, metodi e tempi adatti per la formazione dei formatori.

Su questo tema, peraltro, mi sembra significativo il lavoro di questa Scuola, che certamente svolge un’opera edificante non solo per questo Paese, ma anche per altri dell’Europa Centro-Orientale, in un clima di grande raccoglimento e di condivisione fraterna, Credo che anche la Congregazione per il Clero possa confrontarsi con profitto con la vostra esperienza. Nella sede del nostro Dicastero anche noi cerchiamo di rispondere alle necessità formative; l’anno scorso, al riguardo, è stato avviato un “Corso per i Formatori”, rivolto ai sacerdoti che compiono i loro studi di specializzazione a Roma. Ogni settimana, più di 100 sacerdoti, provenienti da 31 paesi, arrivano per dedicare il loro tempo a questioni formative, affinché, al termine della loro esperienza di formazione permanente a Roma, possano essere facilitati nell’assumere compiti formativi, nelle proprie Chiese locali. Infatti, ritornando alle loro diocesi, molti sono chiamati dai Vescovi a svolgere il ruolo dei formatori.

È ben noto a voi tutti – e non mi dilungo oltre – che le sfide formative che attendono oggi la Chiesa superano spesso le forze umane; le situazioni in cui si trovano i nostri seminaristi sono diverse e irripetibili, cosicché molte volte non è possibile trovare risposte facili e automaticamente valide, etc. Non siamo nati come formatori. Siamo stati chiamati, all’interno della generale chiamata al sacerdozio, ad esercitare tale compito specifico, che Dio stesso ci ha assegnato, tramite i nostri superiori; è bene che, per crescere nella responsabilità e nella cura alla chiamata ricevuta, non dimentichiamo le Sue parole, che ci avvertono e ammoniscono: «E quando un cieco guida un altro cieco, tutti e due cadranno in un fosso!» (Mt 15, 14). Pertanto, gli incarichi formativi esigono, da un lato, una grande umiltà da parte nostra, e, dall’altro, una preparazione che ci possa sostenere.

I.b. Per una continua formazione dei formatori

All’inizio del cammino per divenire formatore è conveniente cominciare da un’esperienza concreta e specifica (come, ad es., in questa scuola o in altre simili), tenendo ben presente che ciò non costituisce il traguardo del processo formativo, ma soltanto il suo punto di partenza. Dunque, si tratta di essere ben consapevoli che la mia formazione quale formatore inizia da un certo punto (esperienza) ma non finisce mai. Anche questo potrà sembrarvi banale e ripetitivo ma, tuttavia, bisogna ribadire l’urgenza di una continuità formativa nella vita dei presbiteri; non di rado, nella Chiesa persiste e prevale una convinzione, per non dire una generalizzata impostazione, secondo cui il seminarista, una volta ordinato presbitero, ha già terminato la sua formazione. Per analogia, tale errata persuasione può insinuarsi anche tra noi, portandoci a dire: “una volta fatto un corso, una scuola come questa, sono già preparato ad affrontare gli obblighi formativi”. La formazione del formatore è un processo che si integra con il cammino generale del proprio sacerdozio e continua nel tempo, senza interruzione.

Spesso, sottostante all’impostazione “minimalista” della formazione è la sua “riduzione” alla sola dimensione intellettuale: una volta sostenuti gli esami necessari in Seminario, per una specie di automatismo, la formazione viene considerata conclusa, salvo “periodici” e occasionali corsi di aggiornamento, vissuti spesso con leggerezza e, soprattutto, non in grado di toccare e far crescere anche le altre dimensioni. Il prete non si fa da sé, ma è modellato da Cristo, al quale si conforma – giorno dopo giorno – in un rapporto discepolare, che non deve mai venire meno; per questo la formazione è integrale – è formazione di tutta la persona del presbitero – e permanente – perché abbraccia tutto il corso della sua vita.

Ai formatori è necessaria una formazione mirata, in ragione della loro missione specifica; infatti, uno è il ruolo del rettore o del vicerettore, altro è quello del padre spirituale o prefetto degli studi o economo, ecc. L’ideale sarebbe che ciascuno si dedicasse alla formazione specifica per l’incarico che gli è assegnato, ma questo dipende, naturalmente, da vari fattori, come le risorse umane, la progettualità diocesana più o meno curata, etc. Se la formazione dei nuovi formatori è il primo punto nevralgico e costituisce una necessità generale, la prosecuzione di una “formazione specializzata” per i formatori potrebbe essere considerata come una naturale evoluzione e prosecuzione, per restare nel cammino intrapreso. Si potrebbe riflettere, ad esempio, su come approfondire anche la metodologia di lavoro di una Scuola già avviata come questa, cioè pensare a una specializzazione, creando un corso per formatori di foro esterno, un altro per foro interno o altre iniziative che approfondiscano e specializzino il lavoro già avviato.

Al riguardo, permettetemi di condividere con voi alcune riflessioni personali circa la continuazione della formazione dei formatori.

a. Come formatori, siamo dapprima invitati ad aprire i nostri cuori a quello che il Signore vuole operare in noi. Lo Spirito Santo è il principale “agente della formazione”, il “Formatore dei cuori”, e il nostro compito consisterebbe nell’invocare lo stesso Spirito ogni giorno, chiedendoGli di plasmare ciò che siamo a immagine del cuore di Gesù Cristo. Ricordiamoci del primato dello Spirito su tutte le nostre tecniche e strategie.

b. In secondo luogo, dobbiamo considerare il lavoro formativo come un compito di carattere profondamente sacerdotale. Essere formatore non è un impegno di secondo piano rispetto ad altri compiti del ministero sacerdotale. In questo lavoro, ognuno di noi si occupa delle persone a lui affidate, ed esercita nei confronti dei seminaristi la paternità spirituale insita nel sacerdozio, ragion per cui deve essere svolto nelle condizioni personali e oggettive migliori, con il giusto tempo e le giuste risorse umane e spirituali.

c. Le riflessioni appena presentate mi portano al terzo punto, che considero fondamentale. Attraverso la Chiesa, Dio vi ha chiamati al ministero della formazione sacerdotale Quello che fate come formatori non è un lavoro o un’attività del ministero ma, più profondamente, è una vocazione dentro la vocazione al presbiterato. Esige pertanto una dedizione assoluta, una passione profonda, uno spirito di preghiera e di sacrificio e, insieme, la gioia di poter servire così il Regno di Dio.

I.c. Un “metodo” per il compito formativo: una premurosa vicinanza

L’Ufficio Seminari e tutta la Congregazione per il Clero, in ascolto delle necessità della Chiesa, cercano di lavorare al servizio della formazione; ci sono a Roma circa 70 collegi con all’incirca 5 mila studenti-sacerdoti e seminaristi, che si trovano, in diverse fasi della propria formazione sacerdotale. Dal 2013 questi collegi sono stati affidati alle competenze della Congregazione per il Clero. Molti tra questi sacerdoti, ritornando nelle loro chiese, sperimenteranno diverse sfide; saranno chiamati all’annuncio del Vangelo in una società in continua evoluzione, talvolta in contesti difficili di indifferenza e apatia o, addirittura di ostilità. Il Dicastero si mette in ascolto, crea momenti di incontro e di formazione, prepara delle visite nei Collegi, allo scopo di accompagnare questi seminaristi e preti e di sostenere la loro vocazione.

Faccio riferimento a questa vicinanza e premura che cerchiamo di avere, per introdurre il tema in riferimento alla formazione: un metodo per il compito formativo è attenzione e premurosa vicinanza verso i seminaristi. Voi siete chiamati ad accompagnare coloro che vi sono affidati ad essere presenti, a manifestare loro le vostre cure, cercando di creare quel clima formativo adatto al superamento dell’indifferenza e dell’isolamento. Non possiamo certo tacere, in questa prospettiva, una problematica presente forse in molti Seminari, che riguarda l’impossibilità per i formatori di essere presenti in Seminario per il tempo necessario. Molti formatori svolgono altri compiti pastorali che, spesso, impediscono loro di dedicarsi pienamente all’accompagnamento dei seminaristi; ma se non ci sono la presenza e la vicinanza, la formazione è destinata a restare un pio desiderio.

I.d. Attenzione ai seminaristi che sperimentano difficoltà…

La Congregazione per il Clero incoraggia sempre i Vescovi e i formatori a promuovere la pastorale vocazionale nelle rispettive diocesi, senza minimizzare i requisiti generali richiesti nei candidati per essere ammessi alle ordinazioni. Papa Francesco si è espresso in tale senso parlando con gli Officiali della nostra Congregazione, dicendo esplicitamente che se un candidato al sacerdozio non potrebbe essere anche un buon marito, o padre, è molto probabile che non potrà essere nemmeno un buon sacerdote, secondo il noto principio di S. Ignazio di Loyola, per cui «chi non era buono per il mondo non era buono nemmeno per la Compagnia». In un’altra occasione, Papa Francesco si ci ha detto, in maniera ancor più forte: «è meglio sbagliare e perdere una vocazione autentica, che ammettere alle ordinazioni un candidato che dopo risulterà problematico». Prestando ascolto a queste parole del Papa, non vi è dubbio circa quanto è richiesto ai formatori in linea generale, pur tenendo conto della specificità dei casi concreti. Occorre vigilare sui requisiti minimi per ammettere qualcuno all’ordinazione, preferendo, in caso di dubbio, una prudente attesa, o anche una interruzione del cammino, piuttosto che rischiare un’ordinazione che potrebbe recare pregiudizio ai fedeli e alla Chiesa intera.

Dunque, occorre lavorare con grande cura per il discernimento vocazionale e avere criteri molto chiari per l’ammissione all’ordinazione; tali criteri devono consentire di non cedere alla tentazione di voler ordinare con impazienza o solo “per prova” un candidato che desta dubbi e incertezze.

II. METODOLOGIA PER LA FORMAZIONE INTEGRALE DEI FUTURI SACERDOTI

La seconda parte di questo mio intervento vorrei dedicarla ad alcune questioni metodologiche, relative alla trasmissione di una visione integrale della formazione durante il cammino verso il sacerdozio. La vita sacerdotale è il frutto della formazione integrale. Non c’è dubbio. Il presbitero in grado di vivere in pienezza il proprio ministero sacerdotale non proviene da una formazione parziale, limitata, che ponga magari l’accento su una dimensione, a scapito delle altre.

Anche su punto vorrei condividere con voi alcuni indirizzi della Congregazione circa la formazione integrale e sul come potrebbe utilmente procedere tale cammino; ovviamente nessuno possiede “formule magiche” per far funzionare le cose, ma l’esperienza e il confronto con tante realtà del mondo intero consentono di elaborare alcune linee essenziali. Intendo porre l’attenzione su tre note distintive, che sembrano essenziali per una sana e completa formazione sacerdotale: integralità, gradualità e accompagnamento.

II.a. “Integralità”

II.a.1 Interdipendenza dei quattro pilastri della formazione

Quando parlo di “integralità” della formazione, faccio riferimento alle quattro dimensioni della formazione, presentate dall’Esortazione Apostolica Pastores dabo vobis: umana, spirituale, intellettuale e pastorale. Queste dimensioni dipendono l’una dall’altra e non possono operare efficacemente l’una senz’altra. Se, ad esempio, si pone l’accento solo sulla dimensione intellettuale, a scapito delle altre, rischieremo di avere degli studiosi ma non dei pastori che vivono in tutto la santità sacerdotale; viceversa, essere privi della formazione intellettuale rischia di produrre preti che non hanno sufficienti basi di preparazione per comunicare il Vangelo e presentare la fede, sua ricchezza dottrinale e spirituale, nei diversi contesti culturali odierni. E, ancora, senza la necessaria crescita nella dimensione umana (intesa, ad es., come maturità affettivo-emozionale, ecc.), i frutti della vita spirituale sarebbero stentati, poiché la Grazia edifica sulla natura, perficit naturam – come diceva San Tommaso d’Aquino. Soprattutto in questi ultimi anni – e il lavoro nel Dicastero lo conferma – si è più volte sottolineata l’importanza di una serena maturità umana e psico-affettiva, condizione necessaria perché si innesti nella spiritualità della persona, la scelta sacerdotale celibataria. A questo livello, non è raro constatare che alcune problematiche del ministero sacerdotale sono soltanto la manifestazione e il riflesso di aspetti che sono stati tralasciati nel tempo della formazione iniziale, soprattutto riguardo la dimensione umana e quella spirituale. Occorre superare, in tal senso, il rischio del formalismo esteriore di chi, magari, espleta in modo formalmente corretto gli obblighi di orario e di preghiera del Seminario ma senza un reale incontro con Cristo; bisogna invece proporre una formazione che incida profondamente nella persona e la aiuti, prima di ogni passo in direzione del ministero attivo, a rileggere la propria storia, a esprimere correttamente i propri bisogni e le proprie emozioni, a conoscere i propri dono e i propri limiti, a integrare in modo equilibrato le proprie passioni con la scelta di vita compiuta.

L’integrazione tra le quattro dimensioni evita anche un’altra possibile deviazione, che consiste nel tuffarsi in modo esagerato e quasi compulsivo nell’attività apostolica, senza contemporaneamente coltivare il proprio radicamento in Cristo attraverso il silenzio, la preghiera, la meditazione spirituale; senza legame profondo con il Signore e intima partecipazione al Suo sacerdozio, ci si può ritrovare preda dell’attivismo e svuotati di tutto il resto. Cosicché, in questi casi, avremo preti “addestrati” e dediti al lavoro pastorale, efficienti “operai o manager” della pastorale, ma non pastori capaci di agire nel nome di Cristo, stando vicino alla gente, annunciando il Vangelo con semplicità e chiarezza, e accompagnando il popolo di Dio in tutte le sue vicissitudini. Di recente, parlando al Capitolo Generale dei sacerdoti di Schönstatt, Papa Francesco ha affermato: “Non è un buon cammino trascurare la preghiera o, peggio ancora, abbandonarla con la scusa di un ministero assorbente, perché «se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori» (Sal 127, 1). Sarebbe un grave errore pensare che il carisma si mantiene vivo concentrandosi sulle strutture esterne, sugli schemi, sui metodi o sulla forma. Dio ci libera dallo spirito del funzionalismo” .

II.a.2 La vita comunitaria del seminario come elemento integrante della formazione

Vorrei condividere con voi qualche osservazione sul ruolo della vita comunitaria, altro elemento integrante della formazione sacerdotale. Una vera formazione si svolge in seno a una comunità. In tale naturale contesto, non di rado per la prima volta nella loro vita, i seminaristi hanno la possibilità di confrontarsi sotto lo stesso tetto con il loro “prossimo”, e così mettere in pratica quanto si riferisce alle dinamiche relazionali, come amicizia, collaborazione, condivisione, appoggio reciproco. L’assimilazione personale della chiamata a Cristo è fondamentale, ma tale legame con Dio, «non deve mai diventare soggettivismo, né mettere in secondo piano la radice comunitaria di ogni vocazione e il suo sbocco naturale» . Anche su questo punto valgono come monito le parole rivolte da Papa Francesco alla Congregazione per il Clero: «il peggiore dei seminari è meglio che nessun seminario».

Riguardo a questo tema, credo ci sia bisogno di superare uno stereotipo diffuso e radicato che distingue troppo nettamente sacerdoti diocesani e comunità religiose, come se la vita fraterna e comunitaria fosse richiesta solo a quest’ultimi. E’ vero che c’è una differenza di identità e anche di forma ministeriale ma, ricordiamocelo, la chiamata alla fraternità e alla comunione valgono, seppur in modo diverso, per tutti. Ogni vocazione al ministero ordinato è sempre comunitaria, perché nasce da una comunità – la famiglia, poi la parrocchia o il movimento o l’associazione di appartenenza – viene accolta e fatta crescere in una comunità – quella del seminario o della casa di formazione – ed è destinata a una comunità – i fedeli affidati e i confratelli nel sacerdozio. Questo è un tratto distintivo della chiamata di Dio che è bene tenere sempre in mente; il Signore ci chiama per nome, uno per uno, e di ciascuno ha cura in maniera specifica – come anche noi formatori siamo chiamati a fare con le persone che ci sono affidate – ma tutto questo avviene sempre in un contesto comunitario di vita fraterna, ispirata a una spiritualità di comunione.

Tale spiritualità di comunione si concretizza in forme concrete differenti, innanzitutto distinguendo la vita dei presbiteri diocesani da quella dei sacerdoti appartenenti alla vita consacrata. Infatti, nella vita consacrata spesso la vita fraterna è vissuta in comune, sotto lo stesso tetto, in monastero, in convento o in una casa apposita, secondo il carisma di ogni Istituto. Per i sacerdoti diocesani, vale la raccomandazione generale a praticarla – can. 280 CIC – che, pur non costituendo un vero e proprio obbligo giuridico, riveste una grande importanza spirituale e pastorale. La “fraternità sacramentale” che esiste tra i presbiteri in ragione dell’ordinazione pone esigenze di natura spirituale e pastorale, che possono prendere forme diverse, in base al contesto culturale di appartenenza, all’iniziativa dei Vescovi e alla creatività dei singoli.

Ma il momento essenziale è quello iniziale, perché la vita comunitaria nel Seminario è il contesto più adatto per la formazione di una vera fraternità e per lo sviluppo nei seminaristi della chiara coscienza del senso comunitario di tutta la formazione. Esso guiderà il seminarista, una volta diventato presbitero, a non restare attaccato alle modalità vissute in Seminario, ma ad avere una precisa “sensibilità di comunione”, dalla quale potranno nascere iniziative di “fraternità sacramentale”. Sin dal Seminario allora si deve porre una particolare attenzione ad alcuni ambiti, quali, ad esempio: la capacità di ascolto e di dialogo, il rispetto ed il servizio fraterno, la mutua collaborazione, la sobrietà, lo spirito di sacrificio, l’umiltà nell’accettare consigli e correzioni, la disposizione all’accoglienza. Tali atteggiamenti e virtù devono progressivamente diventare parte integrante della personalità del candidato al ministero ordinato.

Merita, infine, riportare le parole pronunciate da Papa Francesco nell’Udienza Generale del 25 giugno 2014: «Non siamo isolati e non siamo cristiani a titolo individuale, ognuno per conto proprio, no, la nostra identità cristiana è appartenenza! Siamo cristiani perché apparteniamo alla Chiesa. È come un cognome: se il nome è “sono cristiano”, il cognome è “appartengo alla Chiesa”. Questo cammino lo possiamo vivere non soltanto grazie ad altre persone, ma insieme ad altre persone. Nella Chiesa non esiste il “fai da te”, non esistono “battitori liberi”».

II.a.3. Testimonianza di vita sacerdotale offerta dai formatori

In quanto formatori è essenziale svolgere un ruolo attivo nella comunità del seminario. Non possiamo stare a margine e semplicemente limitarci a osservare la comunità seminaristica dal di fuori. Piuttosto dovremmo essere come “lievito nella pasta”. Il punto critico e basilare, senza il quale non possiamo parlare di azione formativa, è la presenza. Occorre essere presente nella comunità, presente con i singoli seminaristi, presente con i confratelli sacerdoti.

È necessario, nella dinamica formativa, che i giovani possano attingere dalla presenza dei formatori esperienze concrete di vita sacerdotale. Noi formatori, vivendo il nostro ministero in modo intrinsecamente credibile, possiamo suscitare nei seminaristi, in maniera naturale, una spontanea adesione a Gesù e la voglia di fare proprio lo stile della vita sacerdotale. Lo faranno più facilmente quando lo vedranno messo in atto da noi. D’altronde, da questo esempio, dipende anche la nostra credibilità di formatori, cioè la nostra efficacia formativa, I giovani devono poter percepire attraverso il nostro esempio cosa significa “vita sacerdotale”, intesa come servizio e amore.

II.b. “”Gradualità”

L’ulteriore principio da applicare in una metodologia formativa è costituito dalla gradualità. Con questo termine intendo una scansione della formazione in tappe distinte, strettamente connesse per formare un cammino unitario, ma ciascuna dotata di obiettivi e strumenti propri; una formazione iniziale, che si sviluppa lungo gli anni di seminario, articolata in diverse tappe – come vedremo tra poco – per porre le basi della formazione permanente, che accompagna tutta la vita. In questa ottica, si possono distinguere almeno cinque tappe, che brevemente vorrei accennare.

II.b.1 Il discernimento vocazionale

La prima fase consiste nel discernimento vocazionale, quando un giovane si domanda se è chiamato o meno al sacerdozio. In questa fase iniziale, è fondamentale il ruolo dei parroci e di ogni sacerdote, non solo dei formatori appositamente incaricati. In una relazione di vicinanza e di ascolto paterno, il sacerdote potrà aiutare il giovane ad aprirsi, a leggere la propria storia alla luce del progetto di Dio, a imparare a interrogarsi con un discernimento che vada oltre le emozioni e inclinazioni passeggere, fino a renderlo capace cogliere gli indizi e le tracce della chiamata divina.

In questo momento occorrerà prestare grande attenzione alla visione del sacerdozio presente in quei giovani che intendono entrare in un seminario, considerando quali siano le accentuazioni proprie di ciascuno e vedendo cosa ritengono indispensabile o accessorio. Questa visione costituisce anche il primo livello di selezione dei potenziali candidati al sacerdozio; essa rappresenta una potenzialità e la possibilità di comprendere alcune inclinazioni del possibile candidato e, contemporaneamente, può costituire un ostacolo, una sorta di prigione entro cui il candidato può trincerarsi o, comunque, una realtà che necessita di essere purificata. Così, inizia il momento della purificazione delle motivazioni, affinché, pian piano, si possa raggiungere una visione sacerdotale più ampia e un cammino discepolare finalizzato a formare i candidati Dunque, a questo livello entrano in gioco due nostre responsabilità fondamentali: a) l’offrire il discernimento vocazionale, tramite la disponibilità all’ascolto e alla relazione; b) la presentazione del sacerdozio e del ministero, conforme a quella della Chiesa, secondo l’esempio del Santo Padre, perché essa potrà determinare il tipo di possibili candidati.

Questa fase – anche quando siano coinvolti i formatori del seminario – avviene al di fuori della struttura del seminario e non comporta il risiedere in esso; è una fase senza una durata stabilita e senza un programma preciso, affidata solo alla sapienza spirituale e pastorale dei sacerdoti che vi si trovano coinvolti.

II.b.2. La tappa propedeutica

La seconda tappa di un approccio “graduale” alla formazione è la tappa propedeutica. L’esortazione apostolica Pastores dabo vobis raccomanda tale fase – di durata variabile, tra uno e due anni – come avvio della formazione iniziale vera e propria. Le Chiese di molti Paesi che hanno già sperimentato e strutturato la fase propedeutica nel corso degli ultimi 20 anni, si esprimono in termini molto positivi rispetto alla decisione presa e ai frutti che ne sono conseguiti. La buona riuscita dell’introduzione stabile della fase propedeutica nell’iter formativo varia a seconda dei luoghi e delle modalità concrete di attuazione; tuttavia, è stato notato che questa tappa ha aiutato i seminaristi nella loro crescita graduale, relativamente alla formazione umana, come pure a quella cristiana, sia al livello individuale che a quello comunitario.

In particolare, riguardo alla vita cristiana, la tappa propedeutica serve a insegnare ai candidati a valutare le cose con gli occhi di Cristo, stabilendo un legame sempre più saldo con la persona di Gesù. In questo periodo il seminarista si abitua a pregare, a meditare la Parola di Dio e a studiare le fondamentali verità della fede, in forma semplice, come conoscenza di base, quella necessaria a ogni fedele. La persona, durante questa fase, inizia ad apprendere piuttosto cosa significa essere discepolo di Cristo; per analogia, fatte salve tutte le ovvie differenze, si potrebbe dire che questa tappa ha le caratteristiche di un postulandato o di un noviziato.

Poi, vi sono gli altri pregi di questo periodo, che, essendo frutto di un discernimento ben pensato e programmato, potrebbe servire come una grande opportunità, offerta al seminarista, anche per approfondire la conoscenza di se stesso; si tratta poi di una naturale occasione in cui potrebbero emergere alcune problematiche umane di carattere psicologico, relative al passato di un seminarista, per intraprendere eventuali passi correttivi al riguardo. Tale periodo, inoltre, offre una possibilità ai seminaristi, futuri sacerdoti, per iniziare a vivere e a relazionarsi in un contesto comunitario.

In considerazione di ciò, la Chiesa di oggi ha già maturato la convinzione di riconoscere l’anno propedeutico come elemento formativo da presentare a tutte le Chiese locali, come strumento utile, finalizzato a “gettare” le fondamenta nel candidato, che comincia il suo cammino vocazionale. L’introduzione di tale periodo propedeutico dipende ovviamente dalle varie condizioni, possibilità, risorse, ecc., e la Congregazione è ben consapevole che non è così facile, da un anno all’altro, affrontare tale sfida organizzativa (sia dal punto di vista personale, che dal punto di vista materiale); tuttavia, in questa riflessione dobbiamo essere tutti impegnati, Vescovi e formatori, e cercare le vie possibili perché questo tempo prezioso sia vissuto in ogni diocesi in modo sistematico.

II.b.3 La tappa discepolare

Di norma, dopo il periodo propedeutico, i candidati passano al tempo normalmente dedicato agli studi filosofici, che offre diversi strumenti per capire il mondo, sé stessi e preparare gli studi teologici che seguiranno. Ma non vorrei soffermarmi adesso tanto sulla formazione intellettuale quanto piuttosto sul terzo momento della formazione integrale e graduale, da attuarsi in seminario. Intendo parlare della cosiddetta tappa discepolare, ossia di un periodo che riguarda i primi anni della formazione iniziale in seminario, in cui si approfondisce in modo particolare l’adesione del candidato a Gesù Cristo, come Suo discepolo, chiamato ad ascoltarlo, a comprenderlo e a seguirlo imitandolo. Prima di procedere con gli ulteriori momenti della formazione, è essenziale che nel seminarista maturi la coscienza di essere prima di tutto un discepolo del Signore, condizione che lo accompagnerà per tutta la vita e che resterà sempre elemento costante del cammino futuro. Detto altrimenti, prima di configurarsi come presbitero, occorre passare per la “scuola” di vita cristiana, come autentico discepolo di Cristo. Ogni cosa a suo tempo.

Il mettersi alla sequela di Cristo «è possibile solo se prima siamo stati toccati da Lui e Lui è diventato il centro della nostra esistenza». Proprio questo «tema non è scontato e né ripetitivo perché questo è il grande tema del cammino della fede; ogni giorno, infatti, per molte ragioni alcune legate a noi stessi e altre legate a situazioni che ci girano intorno, noi in qualche modo “perdiamo” Cristo o rischiamo di spostare il centro del nostro cuore altrove e, perciò, non è mai abbastanza ribadire l’importanza di recuperare questa Sua centralità. […] Potremmo addirittura affermare che si tratta di una vera e propria sfida per la Chiesa di oggi, la quale certamente è chiamata a interrogare se stessa per cercare di capire “chi” o “che cosa” essa mette al centro» . Si tratta, quindi, ad offrire ai seminaristi un’autentica opportunità di “formazione cristologica”.

Tale educazione significa mettere Cristo al centro del processo formativo. Questo vuol dire che il cuore della vita cristiana e di ogni vocazione non è una teoria, né una filosofia, neanche un programma politico, religioso o patriotico, l’evento di una relazione con la Persona di Gesù Cristo che cambia la vita. Mettere Cristo al centro significa che il processo formativo inizia e termina con la conoscenza di Cristo. Richiamando alcune parole di San Paolo, si può descrivere ancora meglio la centralità di Gesù: nutrire gli stessi sentimenti di Cristo fino a decentrare se stessi, porre Cristo al centro dell’esistenza, «far vivere Cristo in noi» (Gal 2, 20). Questo equivale a educare ad una grande libertà interiore che porti la persona ad aderire al progetto di Cristo come proprio.

Dunque, per proporre ai giovani una scelta di speciale consacrazione, occorre condurli a nutrire “gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù (Fil 2,5). Per questo motivo San Paolo ci dice di nutrire gli stessi sentimenti che furono “in” (ν Χριστ ησο), e non “di” Cristo. La portata di questo “in” è essenziale per cogliere lo spirito dei sentimenti che ciascuno di noi è chiamato a condividere, per non far passare come chiamata di Dio ciò che in realtà è soltanto l’affermazione del proprio ego in lotta per l’affermazione di sé».

In questa linea, durante la tappa discepolare, che comprende di norma gli studi di filosofia, senza identificarsi con essi, occorre porre sottolineature diverse rispetto alla successiva tappa della formazione. Ad es., non tanto concentrarsi sul celibato, ma piuttosto approfondire il tema generale della castità, non tanto indirizzare i candidati verso l’obbedienza al Vescovo, ma piuttosto insegnar loro l’obbedienza a Dio. L’obiettivo della tappa discepolare consiste quindi non tanto nella formazione diretta dei futuri presbiteri, da inviare come apostoli di Gesù Cristo, ma, ancora prima, si tratterebbe di rendere i seminaristi più capaci e docili nel vivere come convinti discepoli missionari di Gesù Cristo.

II.b.4 La tappa configuratrice

La quarta tappa dell’itinerario della formazione integrale comprende gli studi teologici, ma – va nuovamente ricordato – non si identifica con essi; tali studi offrono certamente vari strumenti per passare dalla fase discepolare a quella della configurazione del discepolo al Maestro. L’obiettivo consiste nel plasmare la mente e il cuore del candidato, secondo il sacerdozio di Gesù Cristo. A questo punto arriva il momento per affrontare le tematiche che possono aiutare il seminarista ad assumere e modellare la propria personalità a imitazione di Gesù Cristo Sacerdote, Servo e Buon Pastore. L’accento si sposta, passando dalle tematiche di una fondamentale scelta cristiana (tappa discepolare), che serve come base necessaria, allo sviluppo di una vocazione più specifica, quella di seguire Gesù come sacerdote e pastore. In questo caso, ad esempio, l’insegnamento sulla castità dovrebbe riguardare in modo specifico il dono del celibato, con le sue peculiarità ed esigenze; l’obbedienza a Dio, previamente interiorizzata, dovrebbe tradursi in una solida obbedienza al Vescovo, riguardanti le necessità della diocesi; la povertà, che rende capaci di avere speranza in Dio, adesso si dovrebbe dilatare e, pian piano, portare ad aprire gli occhi ai seminaristi, per sensibilizzarli di fronte ai bisognosi, ecc. Va aggiunto, tuttavia, che questa tappa non ha come obiettivo soltanto rendere il seminarista più capace di seguire Cristo; al di là di questo, essa lo prepara a entrare sempre più nell’unione intima con Gesù Cristo, per vivere e agire in persona Cristi, Servo e Buon Pastore.

Va detto, come inciso, che tale suddivisione delle tappe corrisponde a necessità “logiche, legate alle priorità da assegnare a ciascun momento formativo. Gli elementi della tappa discepolare e di quella configuratrice, appaiono in diverse fasi e, nella vita quotidiana si intrecciano naturalmente. Si tratta dunque di una metodologia pedagogica che non intende separare le dimensioni del cammino o impedire il loro naturale intrecciarsi nella vita quotidiana, né tantomeno bloccare l’9iniziativa libera dello Spirito, che opera sempre oltre gli schemi. Si tratta di una proposta pedagogica, in cui ogni tappa cerca di tener conto delle situazioni personali e biografiche dei candidati, fondando e introducendo quella successiva; così, si costruiscono l’uno dopo l’altro i piani dell’ “edificio” vocazione e sacerdotale.

II.b.5 La formazione permanente – una conferma delle verità interiorizzate nel seminario

L’ultima tappa della graduale e integrale formazione al sacerdozio è il periodo che comincia dopo l’ordinazione presbiterale, il tempo della cosiddetta “formazione permanente”. Questa tappa inizia, senza alcun intervallo, subito dopo l’ordinazione presbiterale; essa si fonda sulla formazione iniziale in seminario, su quanto è stato trasmesso e acquisito dal seminarista, sul cammino da lui percorso. Il percorso fatto in seminario, quando sia stato compiuto con disponibilità e trasparenza di cuore, metterà il neo sacerdote in grado confrontarsi con la realtà concreta, testando la solidità delle scelte assunte nel seminario. Questa tappa, per sua natura più lunga della precedente, non introduce veri elementi di novità, se non un approfondimento e uno sviluppo di ciò che è stato vissuto nel tempo della formazione iniziale; tutto ciò non di rado richiede una nuova scelta, in contesti e tempi ben diversi riguardo al tempo della formazione seminaristica.

L’esperienza dimostra che i sacerdoti, che nei propri seminari hanno ricevuto una formazione integrale, avendo veramente interiorizzato i contenuti loro proposti, di solito sono aperti e disponibili a un cammino di formazione permanente. Se, dall’altra parte, alcuni di noi sono chiusi di fronte a tale prospettiva, dovremmo onestamente chiederci: che cosa non è andato bene durante la mia formazione iniziale e come potrei, per quanto possibile, correggerlo al presente?

II.c. Accompagnamento

Il terzo strumento metodologico, che favorisce un approccio formativo integrale, è indubbiamente l’accompagnamento, compreso in vari sensi. Ogni anno trascorso in seminario e ogni tappa della formazione sono in sé diversi e, per i seminaristi, anche irrepetibili; pertanto, ciascuno ha bisogno di un accompagnamento individuale e personalizzato nel proprio cammino vocazionale. I formatori devono incontrarsi regolarmente con i seminaristi; questa – potremmo dire – deve essere la principale occupazione dei formatori, attraverso una dedizione generosa e un servizio a tempo pieno! Ma cosa esige questa? Certamente, chi riceve l’incarico di formatore in seminario non dovrebbe essere gravato da altri compiti ministeriali, che potrebbero impedire una sua presenza a tempo pieno accanto ai candidati. Questa missione educativa si esercita, anzitutto, attraverso la presenza e la relazione personale.

Il candidato al sacerdozio deve essere considerato, da parte del formatore, come un dono da amministrare; egli non può essere abbandonato a se stesso, alle proprie emozioni, e alla propria visione di prete e di Chiesa ma, invece, necessita di ascolto, di fiducia, di attenzione particolareggiata rispetto al suo cammino e ai suoi desideri. Che egli non arrivi all’Ordine sacro in modo superficiale o con leggerezza, dipende anche da come i formatori hanno esercitato su di lui una paternità umana e spirituale, misericordiosa e insieme decisa. Papa Francesco, nell’Evangelii gaudium, ha affermato: “nonostante la scarsità di vocazioni, oggi deve tener conto della necessità di una migliore selezione dei candidati al sacerdozio. Non si possono riempire i seminari sulla base di qualunque tipo di motivazione, tanto meno se queste sono legate ad insicurezza affettiva, a ricerca di forme di potere, gloria umana o benessere economico” . Dunque, la chiamata di Dio – ogni chiamata ma in particolare quella alla vita di speciale consacrazione – esige un discernimento attento, quotidiano e profondo. Discernere significa accompagnare, alla luce dello Spirito, i passaggi esterni e i movimenti interiori della vita del candidato. Il formatore, perciò, accompagna il seminarista in questo cammino talvolta lungo e faticoso; lo aiuta a leggere se stesso e la propria umanità, lo invita a scendere in profondità per comprendere cosa si muove nella sua vita interiore, lo predispone all’ascolto della Parola di Dio per distinguerne la volontà sulla sua vita. In questo processo, che è primariamente azione dello Spirito, la persona può vedere sempre più chiaramente la propria vita, giudicare le motivazioni e il senso dell’eventuale chiamata al sacerdozio.

Dunque, la prima fonte della formazione sarà Gesù Cristo e l’incontro con la Sua persona, e successivamente, o, meglio dire, nello stesso tempo, gli altri incontri con le persone dei formatori. La persona viene formata ed educata da una altra persona. Parole come persona, relazioni, incontri, dialogo, ascolto sono i termini che riassumono simbolicamente ciò che dovrebbe offrire la formazione.

L’accompagnamento dovrebbe aver luogo a tutti i livelli della vita del seminario, in primo luogo a livello comunitario, con tutti i seminaristi radunati insieme al Rettore e agli altri formatori. Inoltre, uno specifico spazio all’accompagnamento è offerto dalla cura di ogni classe o gruppo. I formatori dovrebbero incontrarsi con ogni corso separatamente, per trattare i temi peculiari della loro fase del percorso formativo, dedicando attenzione solo a questi, cosicché i seminaristi possano sentirsi rivolgere una proposta personalizzata, e non solo generale. Infine, c’è l’accompagnamento individuale, personale, sia nel foro interno (direttori, padri spirituali, confessori), sia nel foro esterno (rettori, vicerettori, prefetti); si tratta ovviamente di una fase fondamentale. Se l’accompagnamento, dato al livello del foro interno è radicato nella tradizione e abbastanza chiaro, quello nel foro esterno, invece, non di rado, finisce per essere troppo formale, senza chiari contenuti, tanto da poter praticamente essere considerato ininfluente.

In conclusione, si può dire che, da parte dei formatori, è necessario coltivare “l’arte dell’incontro”, per poter accompagnare i futuri sacerdoti. Ovviamente potremmo dire: “quello che abbiamo sentito è ragionevole e giusto, però non è possibile mettere in atto tutto quanto!” Può darsi che sia così, ma le possibili difficoltà non devono impedirci di mettere un generoso impegno nel tentare di realizzare i nostri “ideali” formativi.

CONCLUSIONE

Siamo arrivati alla conclusione di questa condivisione sulla formazione integrale verso il sacerdozio. A questo punto, vorrei nuovamente esprimere la mia gratitudine per il vostro invito, assicurarvi che tale incontro è per me un momento di arricchimento, perché la vostra Scuola presenta un progetto ben sviluppato, integrale e ricco di contenuti.

A tutti i partecipanti, che varcano la soglia di questa casa, cominciando l’avventura in questa Scuola, vorrei esprimere i miei auguri, quelli del Card. Beniamino Stella, Prefetto della nostra Congregazione, e di tutti nostri collaboratori, affinché possiate vivere durante questi prossimi due anni un momento di approfondimento della ricchezza del dono sacerdotale. Richiamando le esortazioni di Papa Francesco, vorrei esortarvi a offrire la massima cura per le vocazioni presbiterali e religiose; esse richiedono attenzione specifica, percorsi personalizzati, progetti formativi chiari, discernimento e accompagnamento. E’ una grande sfida per la quale vorrei incoraggiarvi, assicurandovi la mia preghiera rivolta per il vostro ministero a Gesù Buon Pastore.

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