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  L'omelia del card. Gianfranco Ravasi durante la Santa Messa P ...


cardinale Gianfranco Ravasi,
presidente del Pontificio Consiglio della Cultura


„Apriamo il nostro cuore al mondo
e presentiamoci con la nostra faccia”*

L'omelia
durante la Santa Messa Pro Nova Evangelizatione,
celebrata nelle Giornate della Spiritualità Biblica
in occasione del 15° anniversario di attività
del Centro Formazione Spirituale dei Salvatoriani

   

Cracovia, 8 novembre 2012

Letture bibliche (scelte) del formulario della Messa Pro Nova Evangelizatione:
Sir 34, 9-20; Sal 21; Col 3, 12-17; Lc 4, 14-22a

La riflessione, che insieme ora faremo brevemente, avrà due momenti. Il primo è legato alla prima e seconda lettura che abbiamo ascoltato. L'orizzonte che viene presentato davante a noi è un orizzonte quasi planetario. Infatti, questo sapiente dell'Antico Testamento, il Siràcide, partendo forse dalla sua esperienza ricorda di aver acquisito la sua sapienza, attraverso una serie, una rete di viaggi in tutto il mondo. Riconosce che il viaggiare e incontrare persone diverse è fonte di trasformazione interiore. È indispensabile quindi ascoltare le tante voci che sono disperse nel mondo, perché nell'interno di esse, come dicevano i Padri della Chiesa, è sepolto un seme di verità, uno dei semi del Logos divino, cioè del suo Verbo Eterno e Infinito.

Dall'altra parte nella lettera ai Colossési, abbiamo san Paolo, come avete sentito, che cita una rete, anche in questo caso, di virtù. È una serie di virtù umane fondamentali: tenerezza, bontà, umiltà, mansuetudine, magnanimità. Queste virtù Paolo probabilmente le assumeva dal mondo della filosofia stoica, cioè della filosofia pagana che allora aveva una forte impronta anche religiosa. Paolo farà più volte riferimento anche alla cultura greca. Quando, per esempio, parla ad Atene, all'Areopago, giunge al punto di citare ben due famosi poeti greci. Da un lato la figura di Arato, dall'altra parte la figura di Cleante, che erano entrambi poeti e filosofi di matrice stoica. Ecco allora una prima indicazione per tutti noi: l'evangelizzazione, vuol dire anche la capacità di comprendere la fecondità che c'è nelle culture. Cristo non viene per cancellare il bene e la verità che è diffusa tra i popoli, ma viene per farla sbocciare in pienezza, per cercare di farla crescere. Ecco, perche è importante una parola che nel cristianesimo, per secoli, è stata fondamentale. Questa parola, che è una parola di origine greca, è "dialogo". "Dialogo", vuol dire letteralmente in greco l'incontro ("dia") di due "logoi", l'incontro di due discorsi, di due pensieri, l'incontro di due culture. Pensate a sant'Agostino, per esempio, che per elaborare la sua teologia ha avuto bisogno di Platone e Plotino. Erano due importanti pensatori greci, pagani. Ecco, allora, un primo grande impegno: cerchiamo di entrare nel mondo con la forza del dialogo. Difatti, Paolo stesso dice, che tutte queste virtù alla fine sono riunite insieme da un nodo di oro. Questo nodo di oro si chiama l'amore.

Confrontarsi tra persone diverse, tra culture diverse, può produrre un frutto positivo, quando nell'interno della persona, del cristiano, c'è la qualità dell'amore, che diventa ascolto, che diventa rispetto, che diventa anche scambio reciproco. Ecco, allora, una definizione particolare del'evangelizzazione: l'evangelizzazione è un dialogo, è un fenomeno anche di inculturazione, per cui entrando in civiltà o orizzonti diversi depone un seme. Ma lo depone tante volte in un terreno che già è fecondo. È non viene per creare il deserto in quel terreno, ma per aggiungere la fecondità suprema del Logos, cioè di Cristo.

La seconda riflessione invece è più legata alla dimensione cristiana. Già Paolo nella lettera ai Colossési sottolinea l'importanza del'amore e usa una parola che noi abbiamo visto: "ágape". Nell'interno della grande dichiarazione programmatica di Gesù nella sinagoga di Nazareth l'elemento fondamentale, vedete, è l'amore per gli ultimi. Ecco, da questo io vorrei estrarre una seconda considerazione. È vero, noi siamo in dialogo con il mondo esterno e le culture differenti, ma dobbiamo custodire la nostra identità. Dobbiamo arrivare con il nostro tesoro. Dobbiamo arrivare con la nostra eredità (san Paolo la chiama proprio "il nostro deposito", cioè con la nostra eredità), che è fatta dal messaggio evangelico e che è fatta dalla cultura cristiana.

Ecco perche è molto triste, che nel nostro mondo, soprattutto europeo, si sia introdotto ormai il principio della smemoratezza, cioè quel di non essere più capaci di ricordare le proprie radici. Non abbiamo più un volto. Ed è per questo, che tante volte abbiamo paura di altre religioni, che arrivano a noi. L'islam arriva da noi con un volto ben preciso, qualche volta anche con il volto marginale, quello dello fondamentalista. Pero se prendiamo anche quello vero, autentico, è un volto con una sua ricchezza. Pensiamo, per'esempio, il senso della preghiera, il senso dell'unità e della comunione fraterna tra di loro. Pensiamo anche al tema del digiuno. Quindi l'islam ha un suo volto, solo che s'incontra tante volte con cristiani, che non hanno più nessun lineamento. La loro fede, qualcosa al massimo, di generico, oppure non hanno più nessun ricordo della loro grandezza. Ecco perche Gesù ci ricorda di ritornare alla sostanza del messaggio. Gesù ci ricorda anche di ritornare alla parola di Dio. Difatti Egli cita Isaia.

Ecco, allora, concludendo, due volti diversi, due aspetti che dobbiamo riconquistare: apriamo il nostro cuore al mondo, non temiamo di ascoltare anche i voci diversi, dialoghiamo anche con i non-credenti, che cercano e che hanno cuore sincero; ma dall'altra parte presentiamoci con la nostra faccia, con la nostra identità. È per questo che è importante ciò, che si fa in questi giorni qui, in questo luogo, questo che voi fate. Perche voi niente altro fate che mettere in pratica ciò, che diceva san Pietro: essere capaci di rendere ragione della speranza che è in voi (cfr. 1 P 3, 15). E questo sia fatto con dolcezza e con la retta coscienza. Questa alla fine dovrebbe essere il motto della evangelizzazione: rendere ragione della nostra fede, quindi conoscerla e offrirla con dolcezza, non certo con l'aggressività e con la spada, ma con la forza della ricchezza di quel messaggio.

Io questa sera ritornerò a Roma. Naturalmente sarò questa sera e mi affaccerò alla finestra del mio appartamento romano. Davanti a me c'è la cupola di San Pietro e il Palazzo Apostolico, dove abita il Papa. Davanti a me ho anche le due braccia del colonnato di Bernini. Ecco, questa notte io guardando prima di chiudere le poste della mia stanza, porterò il vostro ricordo e il ricordo di questi giorni brevi, questi due giorni che io ho scorso con voi. Porterò idealmente a Pietro che è li sepolto il respiro di cattolicità che voi, soprattutto voi, polacchi, avete. Porterò e ricorderò la testimonianza della vostra fede e del vostro ascolto. Ecco, e chiederei a voi, questa sera, durante l'adorazione, forse mi pare che fate, di portare anche dentro di voi me e la mia missione, perche io sappia di avere un sostegno, una forza attraverso la vostra fede e attraverso la vostra amicizia.

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il titolo dell'omelia proviene dalla redazione;

Il testo dell' omelia è stato trascritto
direttamente dalla registrazione,
senza revisioni da parte dell'autore;
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Il testo dell'omelia pronunciata dal presidente del Pontificio Consiglio della Cultura riportiamo anche in polacco >>>.

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Giornate della Spiritualità Biblica con la partecipazione del card. G. Ravasi (info) >>>

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